A Pechino il dottorato in IA musicale non chiede più armonia: chiede codice

Music student working at a computer with music notation software and audio interface in a conservatory studio, sheet...

Il primo dottorato cinese in intelligenza artificiale musicale è nato nel 2019 al Conservatorio Centrale di Pechino, non a Shanghai, e seleziona soprattutto informatici. Gli esami finali di cui tanto si parla non sono documentati da nessuna fonte pubblica: quello che è verificabile è il profilo di chi entra. E dice qualcosa di più interessante.

Il primo marzo 2019 il Conservatorio Centrale di Musica di Pechino pubblica un annuncio che, letto oggi, sembra un dettaglio burocratico: apre il primo dottorato cinese in «intelligenza artificiale musicale e tecnologie dell’informazione musicale». Doppio tutor per ogni candidato, uno musicale e uno scientifico. A settembre dello stesso anno arrivano i primi quattro dottorandi. Non vengono da altri conservatori: vengono da Tsinghua, da Beihang, dall’Università di Nanchino e dallo Stevens Institute of Technology, negli Stati Uniti. Sono ingegneri e informatici.

È da qui che conviene partire, perché è l’unico dato veramente solido in una storia che circola in forma distorta. L’intelligenza artificiale di cui si parla, in questi programmi, non è un plugin che scrive melodie al posto dello studente: sono sistemi di apprendimento automatico addestrati su grandi corpora di partiture e registrazioni, che imparano regolarità statistiche — successioni armoniche, profili timbrici, strutture ritmiche — e le riusano per generare o trasformare materiale sonoro. Chi ci lavora dentro passa gran parte del tempo su dataset, annotazione, architetture di rete, valutazione dei risultati. Il prodotto finale può essere un brano, ma il mestiere quotidiano assomiglia molto più a quello di un ricercatore di machine learning che a quello di un compositore ottocentesco davanti al pianoforte.

Chi ci lavora: un dipartimento nato in un anno

Il rettore Yu Feng ha raccontato che la preparazione è cominciata nel 2018 e che il dipartimento è stato formalizzato nel 2019, articolato in tre centri: musicoterapia, musica elettronica, intelligenza artificiale musicale. A dirigerlo c’è Li Xiaobing. A maggio 2019 la disciplina è entrata fra quelle «di punta» sostenute dal Comune di Pechino; il dipartimento dedicato è nato a luglio. Sono tempi da amministrazione che ha deciso qualcosa e vuole vederlo in piedi rapidamente, non da lunga maturazione accademica.

I numeri restano piccoli e vanno detti per quello che sono: dai quattro ammessi del 2019 si è passati a undici nel 2024. I primi dottori sono arrivati a luglio 2022, e in due coorti si parla di circa dieci laureati. Non è una fabbrica di compositori sintetici: è un gruppo di ricerca di dimensioni europee, con un percorso integrato master-dottorato e una selezione riservata esplicitamente a profili informatici e di intelligenza artificiale.

Il passaggio più citato, e più frainteso, è una dichiarazione di Li Xiaobing: per l’ammissione al dottorato in composizione di musica elettronica non si richiedono più le prove tradizionali di armonia e orchestrazione, ma la composizione al computer. Vale la pena tenere le proporzioni: riguarda un indirizzo specifico di un solo istituto, ed è una dichiarazione orale riportata dalla stampa, non un regolamento pubblicato. Non è «la fine della teoria musicale in Cina». È il segnale che in quella nicchia il filtro d’ingresso è cambiato di natura.

Shanghai fa un’altra cosa, e conviene chiamarla col suo nome

Il Conservatorio di Shanghai viene spesso citato come il luogo dove si insegnerebbe «composizione assistita» con esami finali dedicati. Il quadro documentabile è diverso e più modesto. Il Dipartimento di Ingegneria musicale esiste dal 2003, con trienni in arte della registrazione e in arte e tecnologia, e magistrali in design di musica elettronica, tecnologia musicale, registrazione e musica per film. L’unica direzione di dottorato riferita all’intelligenza artificiale è «IA musicale». Sul suo atto istitutivo — riportato al 2020 — circola una sola fonte giornalistica, e l’atto ufficiale non è reperibile.

Shanghai è però titolare di un progetto ministeriale nell’ambito delle «nuove scienze umane» dedicato all’esplorazione e alla pratica del corso di intelligenza artificiale musicale. Ne è responsabile Yu Yang, a capo del dipartimento, che ha firmato la direzione musicale del «Concerto di IA» alla World AI Conference del 2019 e ha fatto da tutor al sistema Xiaoice di Microsoft per l’inno della conferenza del 2020. Questa è la parte concreta: un programma di studio sul tema, finanziato, con una persona identificabile che lo guida e un curriculum di eventi pubblici alle spalle.

Nel 2025 il conservatorio ha attivato una micro-specializzazione intitolata «Musica, scienza e innovazione». I dettagli dicono molto: trentacinque posti, nessuna retta, iscrizioni dall’1 al 5 settembre, colloqui l’8, lezioni dal 15 in orario serale. Rilascia un attestato, non un titolo di studio. Metà del corpo docente arriva da aziende, con oltre trenta tutor industriali, e il programma prevede didattica assistita da intelligenza artificiale. Non è un corso di composizione: è un percorso interdisciplinare che tocca IA, realtà virtuale, manifattura intelligente e imprenditorialità. Chi lo frequenta, la sera, dopo le lezioni ordinarie, sta costruendo un profilo ibrido da portare sul mercato del lavoro.

C’è poi un laboratorio su musicoterapia e intelligenza artificiale diretto da Liu Hao, e un forum tenuto il 22 ottobre 2025 nell’Opera del conservatorio, dove è stato presentato il robot «Yuanzheng» di AgiBot addestrato sul repertorio di pipa. Anche qui: un robot che apprende un repertorio strumentale specifico è un esperimento di controllo motorio e modellazione del gesto, non una macchina che compone.

Il buco nella storia è esattamente il punto in cui si vorrebbe guardare

Cosa consegnino davvero gli studenti agli esami finali — a Shanghai come a Pechino — non risulta da nessuna fonte pubblica. Non ci sono programmi d’esame, prove tipo, elenchi di tesi discusse. È l’informazione più desiderabile e l’unica che manca. Chiunque racconti che in Cina gli studenti presentano all’esame brani generati da un modello, e che una commissione valuta output algoritmici, sta riempiendo quel vuoto con la propria immaginazione.

Vale anche per due formule che l’ateneo di Pechino ha diffuso e la stampa ha rilanciato: la «prima sinfonia IA della Cina» e il «più grande centro dati musicali del mondo». Sono autodichiarazioni di una parte interessata, senza verifica indipendente. L’infrastruttura intorno, invece, è verificabile ed è la parte interessante: un sistema di composizione d’ateneo da cui sono usciti i brani «Benvenuto» e «Mille li di fiumi e montagne», un direttore-robot chiamato «Zhiyin» sviluppato con Unitree, la partecipazione a un festival di musica cinese contemporanea alla Carnegie Hall nell’ottobre 2024, un laboratorio congiunto con Huawei e un centro di supercalcolo finanziato dalla Commissione nazionale per lo sviluppo, entrato in funzione nel 2024. Questa è la fisionomia reale del progetto: hardware, partner industriali, capacità di calcolo.

E l’Europa? Non è ferma

L’idea che si tratti di una scelta senza equivalenti fuori dalla Cina non regge. Il master ATIAM, gestito da Sorbonne Université con l’IRCAM e Télécom Paris, forma da anni profili a metà fra acustica, informatica musicale e composizione; il Cursus dell’IRCAM lavora esattamente su composizione e computer music. A Londra, la Queen Mary University ospita l’UKRI Centre for Doctoral Training in AI and Music, finanziato nel 2019 — lo stesso anno di Pechino — con un dottorato quadriennale, oltre trenta supervisori e la direzione di Simon Dixon.

La differenza non è l’esistenza del campo, ma il modo di gestirlo. In Cina la diffusione è avvenuta per via istituzionale e in pochi anni: dal 2019 Pechino e Shanghai, dal 2021 il Sichuan nei corsi post-laurea. E c’è un limite che chiarisce la scala del fenomeno: il catalogo ministeriale dei corsi di laurea 2025 conta 845 corsi, ventinove dei quali nuovi, e include voci come «ingegneria audiovisiva intelligente», «teatro digitale» e «IA per l’educazione». Un corso di laurea nazionale di composizione con intelligenza artificiale non c’è.

Ecco il dato meno intuitivo di tutta la faccenda. Il cambiamento non sta arrivando dalla porta principale, quella dei curricula di laurea approvati a livello nazionale. Sta entrando dalle finestre: dottorati di ricerca con una decina di titolati in totale, attestati serali senza valore legale, laboratori con partner industriali. Chi vuole capire dove va la formazione musicale cinese farebbe bene a smettere di cercare il decreto e cominciare a guardare chi firma i contratti dei tutor.