In India la voce è diventata un asset: i tribunali la proteggono, ma nessuno l’ha ancora messa a listino

Indian playback singer recording vocals in a professional studio, microphone and headphones, warm lighting

Dal 2024 le corti indiane hanno emesso una serie di ordinanze cautelari che riconoscono la voce di cantanti e attori come attributo protetto: Arijit Singh, Asha Bhosle, Shruti Haasan. Intanto le etichette che controllano il catalogo di Bollywood sono in causa contro OpenAI e non hanno firmato licenze per l’addestramento. Il risultato è un mercato con un prezzo implicito altissimo e nessuna transazione.

Il 26 luglio 2024 il giudice R.I. Chagla, alla Bombay High Court, firma un’ingiunzione ex parte ad-interim nella causa Arijit Singh v. Codible Ventures LLP. Arijit Singh è una delle voci più ascoltate del cinema hindi: canta le canzoni che gli attori mimano sullo schermo, il mestiere che in India si chiama playback singing. Sul web erano comparsi strumenti di voice conversion che permettevano a chiunque di far cantare qualsiasi testo con il suo timbro. Il giudice scrive che nome, voce, modo di cantare, immagine e firma sono attributi protetti della persona, e che mettere a disposizione del pubblico strumenti di intelligenza artificiale capaci di replicarli senza consenso viola i diritti di personalità.

Il componente tecnico al centro di quella causa è preciso: modelli di apprendimento automatico addestrati su registrazioni vocali esistenti, che imparano a rappresentare le caratteristiche acustiche di un singolo cantante — timbro, attacco delle note, portamento, i micro-manierismi che rendono una voce riconoscibile in tre secondi — e le applicano a un audio sorgente diverso. Non generano una canzone nuova nel senso in cui la genererebbe un compositore: prendono una prestazione e la rivestono. Per farlo serve materiale, e il materiale sono decenni di registrazioni pubblicate. È qui che la questione smette di essere di diritto della personalità e diventa, molto concretamente, una questione economica: chi possiede quelle registrazioni, e a quali condizioni può concederle a chi addestra i modelli.

Una lista di ordinanze, non una legge

L’ordine su Arijit Singh non è un caso isolato. Dal novembre 2022 — quando Amitabh Bachchan ottenne un provvedimento dalla Delhi High Court — si è formata una catena: Anil Kapoor nel settembre 2023, Jackie Shroff nel maggio 2024, il giornalista Rajat Sharma e il produttore Karan Johar nel giugno 2024, il guru Sadhguru nel giugno 2025, l’attore Nagarjuna nel settembre 2025. Nell’ottobre 2025 la Bombay High Court interviene su Asha Bhosle, una delle voci fondative della musica da film indiana, proprio per la replica del suo timbro via AI. Poi Akira Nandan, Baba Ramdev, Shilpa Shetty, Allu Arjun, Shashi Tharoor.

Il 4 settembre 2026 il giudice Madhav Jamdar, sempre a Bombay, ordina la rimozione di contenuti riguardanti l’attrice Shruti Haasan parlando di un very strong prima facie case: la causa è contro diciotto convenuti, la richiesta di danni è di 15 crore di rupie, e accanto ai diritti di personalità vengono invocati gli articoli 38, 38A e 38B del Copyright Act 1957, quelli sui diritti dell’interprete.

Quest’ultimo dettaglio è il più interessante, e il più frainteso. Fin qui il contenzioso indiano sull’AI vocale si era retto su una costruzione giurisprudenziale — il diritto di personalità — che tutela l’individuo, non l’opera. Invocare i diritti dell’interprete significa spostare la partita sul terreno del diritto d’autore, dove esistono titolari, cessioni, contratti. Ma l’esito di quell’argomento non è ancora scritto: è stato portato in giudizio, non deciso.

Ed è il punto che va tenuto fermo contro la tentazione di raccontare l’India come il paese che ha “riconosciuto il diritto sulla voce”. Non l’ha fatto. Ha emesso una serie di provvedimenti cautelari, molti dei quali ex parte, cioè senza che la controparte fosse sentita. Non esiste, allo stato, una sentenza di merito che definisca quanto sia ampio quel diritto, né una legge che lo codifichi. Esiste una prassi giudiziaria rapida e favorevole al ricorrente famoso, il che è una cosa diversa e, dal punto di vista di chi deve fare conti, molto meno solida.

Il catalogo che nessuno ha ancora venduto

Il 13 e 14 febbraio 2025 l’Indian Music Industry, insieme a T-Series e Saregama, deposita alla Delhi High Court un’istanza per intervenire nella causa ANI v. OpenAI. L’argomento è che le loro registrazioni sono state usate senza autorizzazione per addestrare modelli; OpenAI risponde invocando il fair use su dati pubblicamente disponibili. L’India è il suo secondo mercato per numero di utenti.

Quelle due aziende contano. T-Series pubblica circa duemila canzoni l’anno. Saregama ha in catalogo oltre 150.000 brani e detiene, tra gli altri, i repertori di Lata Mangeshkar e Mohammed Rafi: due voci che da sole hanno accompagnato buona parte del cinema indiano del Novecento. I numeri finanziari, per dare la scala: ricavi FY26 di 9,85 miliardi di rupie, circa 102 milioni di dollari, di cui 8,14 miliardi dal segmento musica, in crescita del 17% su base annua, con un EBITDA rettificato trimestrale record di 1,33 miliardi.

Ora la parte che conta davvero. Nella earnings call del 14 maggio 2026, l’amministratore delegato di Saregama Vikram Mehra dice due cose nella stessa ora. La prima: le piattaforme di streaming non dovrebbero attribuire valore, dentro il royalty pool, alla musica generata da intelligenza artificiale. La seconda: “al momento giusto” l’azienda tratterà commercialmente con le società di AI generativa, citando come precedente gli accordi già firmati dalle major globali. L’azienda ha creato un “AI efficiency team” e, dichiarazioni di febbraio 2026 alla mano, sta già usando strumenti generativi per produrre nuovi video sul proprio catalogo storico.

La stessa stampa di settore ha segnalato la tensione: escludere l’AI dalla torta delle royalty e insieme vendere il catalogo a chi addestra l’AI sono due posizioni che convivono male. Non è un piano annunciato: è una contraddizione dichiarata ad alta voce.

Non risulta, allo stato, alcuna licenza indiana concessa per l’addestramento di modelli generativi. La posizione pubblica delle etichette è ancora contenziosa più che transattiva. Le due cose non si escludono — è esattamente il percorso di Universal, che nell’ottobre 2025 ha transatto con Udio, e di Warner, che ha fatto lo stesso con Udio a novembre e con Suno a dicembre — ma finché la firma non c’è, è un’ipotesi.

Perché il prezzo sale mentre il mercato è fermo

La tesi è questa: l’India ha costruito, per via giudiziaria e in tempi rapidissimi, un prezzo implicito altissimo per la voce dei suoi interpreti più noti, senza costruire il mercato in cui quel prezzo si possa pagare. Ogni ordinanza aumenta il rischio legale per chiunque addestri un modello su materiale indiano senza consenso, e quindi teoricamente aumenta il valore di una licenza. Ma un’ingiunzione cautelare non dice quanto vale una voce. Dice solo che qualcuno può fermarti.

Il costo dell’attesa non è neutro. I dati di Deezer danno la misura della pressione dal lato dell’offerta: ad aprile la piattaforma riceveva circa 75.000 tracce interamente generate da AI al giorno, oltre il 44% dei nuovi caricamenti — erano 10.000 al giorno a gennaio 2025 e 60.000 a gennaio 2026 — e fino all’85% degli ascolti su quelle tracce risulterebbe fraudolento. Lo studio CISAC/PMP Strategy del 2024 stimava fino al 25% dei ricavi dei creatori a rischio entro il 2028, circa 4 miliardi di euro. Il catalogo storico non perde valore perché qualcuno lo copia: lo perde perché il denominatore cresce.

C’è una cosa che quasi nessuno nota, in questa vicenda. Le ordinanze indiane proteggono la persona: Arijit Singh, Asha Bhosle, Shruti Haasan agiscono in proprio, e vincono in proprio. Le registrazioni, invece, stanno nei bilanci delle etichette. Sono due patrimoni separati che riguardano lo stesso suono, e finora si sono mossi ciascuno per conto proprio — gli artisti in tribunale contro chi clona, le etichette in tribunale contro chi addestra. Il giorno in cui una licenza per il training verrà firmata davvero, quei due percorsi si incroceranno per la prima volta su un tavolo solo. Nessuno, a oggi, ha scritto le regole di quell’incrocio.