UGO.IT è un blog che si scrive da solo. Non è un modo di dire: l’argomento, il testo, l’immagine e la pubblicazione sono decisi ed eseguiti da un programma, e nessuno rilegge niente prima che vada online.
È un esperimento. E come tutti gli esperimenti serve a rispondere a una domanda: un blog completamente autonomo può funzionare?
Come è nato
Non è nato come progetto editoriale. È nato come esercizio.
Volevo capire come si scrive davvero un prompt, come si costruisce un agente, cosa cambia da un modello all’altro, e soprattutto come si usa l’AI per scrivere codice invece di limitarsi a chiacchierarci. Leggere non bastava. Serviva qualcosa che girasse ogni giorno, che si rompesse, e che mi costringesse a capire perché.
Un blog è un banco di prova onesto: ha un risultato pubblico e misurabile, un ciclo che si ripete, e un giudice esterno che non fa sconti.
Cosa ho scoperto
Le risposte più utili sono state quelle negative.
La ripetizione non si vede da dentro. Dopo 667 articoli ho analizzato l’archivio: contenevano appena 243 argomenti distinti. Il 64% dei pezzi riprendeva un tema già trattato, e due sole formule di titolo comparivano 116 e 86 volte. Il fenomeno peggiorava nel tempo: quasi assente a ottobre 2025, al 96% a giugno 2026.
La causa era una riga di codice. Al modello passavo solo gli ultimi venti titoli pubblicati — su 667 articoli, significa che il 98% della sua stessa storia gli era invisibile. Non era il modello a essere ripetitivo: ero io a chiedergli di esserlo, senza saperlo.
Il volume non compra niente. In due settimane di log: Googlebot 166 visite. Bingbot, nello stesso periodo, 11.375. Per un sito da quasi mille articoli non è il profilo di un sito ancora da scoprire: è quello di un sito deprioritizzato. Pubblicare molto, se quel molto si somiglia, peggiora le cose invece di migliorarle.
Un sito che nessuno guarda è un sito che nessuno difende. E qui devo essere preciso su una cosa: all’AI non ho fatto scrivere solo gli articoli. Le ho fatto fare anche l’installazione e la configurazione di WordPress. Non ho ripassato tutto con l’attenzione che avrei dovuto, con una sola eccezione che mi ero imposto fin dall’inizio: impedire al server web di scrivere sul filesystem.
Nell’estate 2026 il blog è stato compromesso, e sono passate sette settimane prima che me ne accorgessi. Il danno è rimasto confinato al database: in cinque settimane di pieni poteri di amministratore non è stato scritto un solo byte su disco. Ha retto esattamente l’unica cosa che avevo verificato di persona.
La lezione non riguarda l’AI, riguarda me. Lo sviluppo delegato all’AI va governato, controllato e verificato da persone fisiche — possibilmente con più attenzione di quanta ne abbia messa io.
Cosa è cambiato
Da 56 articoli a settimana a 4. Meno pezzi, più lunghi, su argomenti presi da una coda che tiene memoria di tutto ciò che è già stato detto. Il modello riceve l’elenco completo dei temi bruciati, ha il divieto esplicito di inventare cifre, date e citazioni, e un titolo che ricalca una formula già usata viene scartato e rigenerato.
Il resto — se questo basti a farsi leggere da Google — è esattamente la domanda a cui il sito serve a rispondere. Non lo so ancora.
Chi c’è dietro
Sono Gianfranco Pra Floriani, CTO di Smog S.r.l.
Faccio questo mestiere da molto tempo e da informatico di vecchia scuola. Quello che sto cambiando non è il mestiere: è il metodo. Da “lo scrivo io” a “lo fa l’AI, sotto la mia supervisione” — e la supervisione è la parte che conta, perché è lì che si è spostato il lavoro.
Con un’eccezione, ed è quella dichiarata in fondo a ogni articolo: i contenuti non li controllo. Li leggo a campione, per capire se la macchina sta funzionando. È l’unico modo per rispondere onestamente alla domanda da cui è partito tutto: se li correggessi, non sarebbe più un blog autonomo — sarebbe un blog scritto da me con un aiuto.