Una radio, non un’ondata: cosa dice davvero il caso dei locutori sintetici in Brasile

Empty radio broadcast studio at night with microphone, mixing console and glowing screens, no presenter

In Brasile si parla di conduttori radiofonici generati dall’intelligenza artificiale, ma il caso documentato è quello di una sola emittente del Nordeste, Rádio Mundo Pop, che affida a voci sintetiche le madrugadas e i fine settimana. La vertenza sulla voce come bene tutelato esiste davvero, ma la stanno conducendo i doppiatori dell’audiovisivo, non i sindacati dei radiofonici. Raccontare il caso per quello che è aiuta a capire dove l’automazione vocale colpisce per prima: nelle fasce che nessuno ascoltava già.

Alle tre di notte, su una frequenza del Nordeste brasiliano, una voce annuncia il brano successivo, legge la temperatura, dà l’ora e passa all’oroscopo. Non è una voce registrata in anticipo da un locutore che dorme: è una voce sintetica, e il testo che pronuncia è stato scritto da un sistema automatico pochi minuti prima di andare in onda. L’emittente è Rádio Mundo Pop, attiva dal 10 marzo 2024, e il suo direttore Diego Gimenez lo racconta senza imbarazzo: l’intelligenza artificiale «assume la programmazione negli orari in cui non c’è locutore in diretta, come le madrugadas e i fine settimana», per mantenere la radio in onda «senza perdere qualità e viabilità finanziaria».

Il pezzo di intelligenza artificiale in gioco qui è doppio, e vale distinguerlo. Da un lato c’è la sintesi vocale: un modello addestrato su registrazioni di parlato in portoghese brasiliano che converte testo in audio, con la possibilità di scegliere voce maschile o femminile e di regolare intonazione e velocità. Dall’altro c’è la generazione dei testi: un modello linguistico che compone gli annunci, i programetes, i raccordi tra un brano e l’altro, pescando da dati esterni come meteo e traffico. La piattaforma che tiene insieme le due cose è SuperAudio, un sistema cloud ideato dal radialista Gil Azevedo, e l’estensione dell’automazione all’intera programmazione notturna, secondo la stessa fonte, è cominciata circa a metà del 2025. Il programma Festa Cheia è interamente condotto da algoritmi: annuncia e «disannuncia» i brani, senza che nessuno in studio prema un tasto.

Il numero che manca

Detta così, sembra l’inizio di un’ondata. Ed è qui che conviene fare il contrario di quello che fanno la maggior parte dei pezzi su questo tema. Perché se si prova a contare quante emittenti commerciali brasiliane hanno oggi un conduttore sintetico in palinsesto, il conto non torna: il caso verificabile è uno. Non «diverse radio», non «una parte del mercato»: un’emittente di piccole dimensioni, raccontata attraverso un’intervista al suo stesso direttore pubblicata in una rubrica d’opinione, senza verifica indipendente di ascolti, palinsesto o organico. Nelle pubblicazioni di settore si legge che i locutori virtuali «sono già in onda» e si moltiplicano, ma nessuno produce un elenco, un censimento, una percentuale.

Questo non significa che non stia succedendo nulla. Al SET Expo di São Paulo, ad agosto 2025, un panel dedicato agli avanzamenti dell’intelligenza artificiale nella radio brasiliana ha messo in fila gli usi già diffusi: clonazione vocale, text-to-speech, generatori musicali, analisi del sentiment. Tuta Neto, del gruppo Jovem Pan/Sampi, ha sintetizzato la posizione dell’industria in una frase che vale come programma: «L’IA è già pronta, accessibile e a costo ridotto. Chi non la adotta perde competitività». Carlos Aros, della Rede Jovem Pan News, ha specificato che nel suo gruppo l’automazione riguarda social e contenuti automatizzati, e che «il giornalista deve stare al comando»: la curatela umana come condizione, non come optional.

La differenza tra queste due cose — l’uso dell’AI come strumento redazionale e la sostituzione integrale di una fascia oraria — è tutto ciò che conta. Confonderle produce titoli allarmati e analisi sbagliate.

Chi sta davvero litigando sulla voce

Esiste in Brasile una vertenza vera sulla voce come bene giuridicamente protetto. Solo che non è dei radiofonici. Il 29 agosto 2024 le commissioni Cultura e Lavoro della Câmara dos Deputados hanno tenuto un’audizione pubblica in cui i professionisti del dublagem — il doppiaggio dell’audiovisivo — hanno criticato l’impiego di voci generate da intelligenza artificiale, sostenendo che sostituisce posti di lavoro e compromette aspetti culturali. L’iniziativa era stata promossa da deputati del PSOL: Henrique Vieira e Tarcísio Motta di Rio de Janeiro e la Professora Luciene Cavalcante di São Paulo, che ha chiesto al Ministério da Cultura di avviare un percorso per riconoscere il doppiaggio come patrimonio immateriale — una richiesta, non un riconoscimento acquisito.

Sul tavolo ci sono progetti di legge, non norme in vigore. Il PL 1376/22 vuole che il doppiaggio e il sottotitolaggio delle opere offerte commercialmente in Brasile siano affidati a imprese e professionisti con sede o residenza nel paese. Il PL 2338/23, del senatore Rodrigo Pacheco, prevede una remunerazione per i titolari di diritti d’autore le cui opere alimentano un sistema di intelligenza artificiale. Il 15 agosto 2025 è stato depositato un nuovo progetto che fissa regole per gli appalti di doppiaggio e disciplina l’uso dell’AI nel settore, e una settimana prima la Commissione Diritti Umani del Senato aveva iniziato l’esame di un’idea legislativa per rendere obbligatorio l’impiego di doppiatori professionisti nelle imprese nazionali. Tutto in movimento, nulla approvato.

L’argomento giuridico più interessante emerso in quell’audizione non riguarda però l’AI in senso stretto. César Morais, del Ministério da Cultura, ha denunciato la diffusione di contratti di adesione che chiedono agli artisti la rinuncia ai diritti d’autore e la cessione definitiva del diritto di personalità — cioè del diritto sulla propria voce — quando quel diritto, secondo il Codice Civile brasiliano, è intrasmissibile e irrinunciabile.

Il problema non è la macchina che imita una voce. È il foglio che si firma prima, dove la voce viene ceduta come se fosse un macchinario.

È una tesi che sposta il baricentro. Se la voce non è cedibile in modo definitivo, la clonazione vocale non diventa lecita solo perché qualcuno ha firmato. E qui la radio rientra in scena da una porta laterale: nello stesso panel del SET Expo, Álvaro Bufarah Junior, dell’associazione accademica Intercom, ha segnalato l’impiego di voci sintetiche costruite su locutori reali o su personalità defunte, citando il caso della radialista Gisele Souza, la cui voce — dice il resoconto — è stata commercializzata come se fosse un’intelligenza artificiale. Una frase sola, in un atto di convegno: chi l’abbia venduta, se ci sia stato un contenzioso e con quale esito, non risulta documentato. Ed è esattamente il tipo di caso che, se verificato, cambierebbe la conversazione.

Quello che il silenzio sindacale dice

Sul fronte dei sindacati dei radiofonici brasiliani non risulta, a oggi, alcuna nota, diffida o clausola contrattuale specificamente dedicata ai conduttori sintetici. L’ultimo contratto collettivo emerso a livello statale — quello del Paraná per il 2026/2027, con un aumento del 4,03% — non menziona l’intelligenza artificiale. Chi si aspetta un braccio di ferro trova un vuoto.

Il vuoto non è neutro, ed è la ragione per cui questo caso merita attenzione più di un’ondata immaginaria. L’automazione vocale non entra dalla porta principale, nel drive-time, dove ci sono gli ascolti, gli sponsor e i conduttori con un nome. Entra dalle fasce che il mercato aveva già smesso di presidiare: la madrugada, il sabato pomeriggio, la domenica. Fasce dove, in molte emittenti piccole, la scelta reale non era tra un umano e una macchina, ma tra una macchina e un nastro che gira. Difendere un posto di lavoro che non esisteva più è difficile: non c’è un licenziamento da contestare, non c’è una mansione soppressa da rivendicare. C’è una zona grigia che si popola di voci senza corpo mentre nessuno ha giurisdizione su di essa.

La contraddizione più istruttiva sta dentro le parole dell’emittente stessa: l’AI, si sostiene, non sostituisce il comunicatore umano — e nella stessa intervista si spiega che copre interi turni e serve a garantire la viabilità finanziaria. Entrambe le affermazioni possono essere vere insieme, ed è questo il punto. La sintesi vocale non prende il posto del conduttore che c’è: rende sostenibile un palinsesto in cui il conduttore non ci sarà mai. Quando la vertenza arriverà, non arriverà sui posti perduti. Arriverà sulla domanda che i doppiatori hanno già formulato con un anno e mezzo di anticipo: chi possiede il timbro con cui l’algoritmo parla, e se quel possesso si può firmare via.