Il tema di cui si parla a Tokyo non è un divieto contrattuale sull’uso di strumenti automatici negli studi dei mangaka: quel testo, semplicemente, non esiste ancora. Esiste invece un documento interpretativo dell’Agenzia per gli Affari Culturali del marzo 2024, una checklist di luglio, una dichiarazione congiunta di 17 editori dell’ottobre 2025 e un gruppo di lavoro editoriale aperto a marzo 2026 che punta a clausole nei contratti con gli autori. E, negli studi, una carenza di assistenti umani.
Chi ha visitato uno studio di manga sa che la scena non somiglia affatto all’immaginario dell’artista solitario. C’è il mangaka che disegna i personaggi e decide l’inquadratura delle tavole, e ci sono gli assistenti: qualcuno che fa gli sfondi, qualcuno che riempie i neri e le retinature, qualcuno che pulisce le linee. È una catena di montaggio artigianale, sincronizzata su una scadenza settimanale o mensile. Ed è esattamente il tipo di lavoro che, sulla carta, un sistema di generazione automatica di immagini sembra fatto per svuotare: gli sfondi sono ripetitivi, le texture sono procedurali, la colorazione è una funzione dell’immagine in scala di grigi.
Il componente di intelligenza artificiale in gioco, qui, è duplice e va tenuto separato. Da un lato ci sono i modelli generativi di immagini — reti addestrate su enormi collezioni di illustrazioni, che a partire da un testo o da uno schizzo producono una tavola nuova; e la loro variante più insidiosa per un autore, il fine-tuning leggero (le LoRA) fatto su poche decine di opere di un artista specifico per replicarne lo stile. Dall’altro lato ci sono strumenti molto meno spettacolari e già in uso da anni: modelli di apprendimento automatico che colorano un disegno in bianco e nero, o che assistono la fase di scrittura. La discussione giapponese di questi mesi riguarda quasi solo il primo tipo. Il lavoro degli assistenti riguarda il secondo.
Il contratto che tutti citano e nessuno ha letto
Vale la pena dirlo subito, perché è la premessa che circola più spesso e che regge meno: non esiste, nelle fonti pubbliche, il testo di un contratto di un editore di Tokyo che disciplini l’uso di strumenti automatici dentro lo studio di un autore. Non è che sia segreto: è che il cantiere è appena stato aperto. Il 30 marzo 2026 la Japan Book Publishers Association — l’associazione degli editori di libri, 381 aziende associate — ha istituito un gruppo di lavoro sull’AI generativa, al quale partecipa una quarantina di case editrici. L’obiettivo dichiarato è arrivare a linee guida per gli editori entro l’autunno, con la prospettiva di inserire poi clausole nei contratti con gli autori.
Due cose, in quella formulazione, contano più di quanto sembri. La prima: l’oggetto è l’uso dell’AI da parte dell’autore, cioè della persona che firma il contratto. Non l’organizzazione interna del suo studio, non i suoi collaboratori. La seconda: siamo nella fase in cui si scrivono le linee guida, non in quella in cui si applicano. Chi lavora oggi in uno studio non ha un divieto davanti: ha un vuoto, che è una condizione psicologicamente diversa e per certi versi più scomoda.
Cosa dice davvero l’Agenzia per gli Affari Culturali
Il riferimento istituzionale esiste, ma è più modesto di come viene raccontato. Il 15 marzo 2024 il sottocomitato giuridico del Consiglio per gli affari culturali ha approvato un documento intitolato AIと著作権に関する考え方について, “Sull’impostazione relativa all’AI e al diritto d’autore”, preceduto da una consultazione pubblica tra il 23 gennaio e il 12 febbraio e da un’approvazione in sede tecnica il 29 febbraio. È un documento interpretativo: spiega come va letto il diritto vigente, in particolare l’articolo 30-4 della legge giapponese sul diritto d’autore, che consente l’uso di opere protette quando la finalità non è il “godimento” dell’opera stessa — ed è la norma su cui si appoggia, in Giappone, l’addestramento dei modelli.
Non è una normativa nuova, non è settoriale, non riguarda specificamente i manga. Il 31 luglio 2024 l’Agenzia ha poi pubblicato una checklist operativa, che indica come casi potenzialmente problematici due situazioni tecniche molto concrete: l’uso di sistemi RAG che attingono a database di opere protette, e l’addestramento aggiuntivo con LoRA su un numero ridotto di opere di un singolo autore. È il punto in cui la discussione giuridica tocca il mestiere: uno stile riconoscibile, costruito in dieci anni di settimanali, diventa replicabile con un dataset di poche decine di tavole.
Il 31 ottobre 2025
La reazione dell’industria è arrivata da lì. Il 31 ottobre 2025 diciassette editori — tra cui Kodansha e KADOKAWA — insieme all’Association of Japanese Animations e alla Japan Cartoonists Association hanno firmato una dichiarazione congiunta sulla creazione e i diritti nell’era dell’AI generativa. L’innesco erano i video molto simili a opere note prodotti con Sora 2 di OpenAI. Nel testo si contesta il meccanismo di opt-out adottato per quel servizio e si sostiene che il consenso del titolare dei diritti serva anche in fase di addestramento. Lo stesso giorno Shueisha ha diffuso una dichiarazione autonoma dai toni più duri, chiedendo misure che vadano oltre l’opt-out e un intervento normativo dello Stato.
Una dichiarazione congiunta non è una legge e non vincola nessuno. Ma segnala uno scarto: la lettura dell’articolo 30-4 offerta dall’Agenzia e la posizione di editori e autori non coincidono. In assenza di giurisprudenza consolidata — le fonti del 2024 ne segnalano l’assenza — quello scarto resta aperto, e ricade su chi firma i contratti.
Il mercato del lavoro dice l’opposto di quello che ci si aspetta
Qui arriva la parte che smonta la narrazione più diffusa. Il problema degli studi giapponesi, secondo chi ci lavora, non è che gli assistenti vengano sostituiti da un modello: è che non se ne trovano. Ci sono più autori in cerca di assistenti che assistenti disponibili. Takahiro Ozawa, metà del duo Ume, ha sostenuto pubblicamente che l’AI non toglierà lavoro né agli assistenti né agli editor proprio a causa della scarsità di manodopera.
La storia degli strumenti conferma l’ambivalenza del settore. Il 29 novembre 2022 Celsys annunciò una “palette AI generativa” basata su Stable Diffusion dentro Clip Studio Paint, il software di disegno usato in mezzo mondo per fare fumetti. La ritirò il 2 dicembre, tre giorni dopo, per le proteste degli utenti, e ha riconfermato quella posizione nel febbraio 2024: oggi il programma non integra un generatore di immagini. La stessa azienda, però, usa da tempo AI non generativa — una colorazione automatica in anteprima disponibile dal 2018, costruita su un dataset proprietario raccolto con una campagna del 2016 — e nel settembre 2023 ha investito in una società di sviluppo AI, ax Inc.
Non è ipocrisia: è una distinzione operativa che il dibattito pubblico fatica a fare. Un modello che colora un disegno che hai fatto tu, addestrato su materiale raccolto con il consenso di chi lo ha fornito, non pone lo stesso problema di un modello che produce una tavola nella tua mano a partire da un prompt. E nella filiera esistono già strumenti accettati: Comic-Copilot, l'”editor AI” gestito dalla redazione di Shonen Jump+ di Shueisha con la società Alu di Kensuke Furukawa, o la colorazione automatica su pixiv Sketch.
Cosa si stanno effettivamente giocando
Se si mettono insieme i pezzi, la posta in gioco non è la sostituzione della mano che disegna gli sfondi. È la catena di responsabilità. Un editore che pubblica una serie deve poter dire, davanti a una contestazione, chi ha prodotto ogni immagine e con quali strumenti — perché il rischio non è estetico, è di violazione. È per questo che le clausole di cui si discute puntano all’autore: è lui il punto unico di imputazione. E se domani un contratto chiederà una dichiarazione sull’uso di strumenti generativi, quella dichiarazione riguarderà anche il lavoro fatto dagli assistenti, non perché a loro sia vietato qualcosa, ma perché il mangaka firma per tutto ciò che esce dal suo studio.
C’è un dettaglio che vale più di molte dichiarazioni: nella checklist di luglio 2024 il caso critico non è il modello grande addestrato su miliardi di immagini. È la LoRA su poche opere di un autore specifico. Cioè lo strumento più economico, più veloce e più facile da usare — quello che chiunque, dentro o fuori uno studio, può addestrare in un pomeriggio sull’archivio di un collega.