A Nairobi le cause contro Meta e Sama hanno spostato la giurisdizione, non le buste paga

Office workers at computer screens in a data annotation and content moderation center in Nairobi, Kenya, open plan...

Dal 2022 i tribunali keniani sono diventati il foro in cui si discute chi risponde del lavoro che tiene in piedi l’intelligenza artificiale commerciale. Ma a quattro anni di distanza non c’è ancora una sentenza di merito e nessuna fonte documenta un aumento dei salari o una stabilizzazione dei contratti nel settore dell’annotazione dati. Quello che è cambiato è la sede del conflitto, non il prezzo dell’ora di lavoro.

Il lavoro assomiglia a questo: una coda di contenuti che scorre su uno schermo, un contatore di attività, un tasto per assegnare un’etichetta. A volte l’etichetta è una categoria — violenza, nudità, incitamento all’odio — a volte è una preferenza fra due risposte generate da un sistema. In entrambi i casi quello che l’operatore produce non è un giudizio destinato a restare lì: è un dato di addestramento. Quel dato finisce in un classificatore di moderazione o in un modello linguistico, e serve a insegnare a una macchina a riconoscere, o a evitare, esattamente ciò che l’essere umano ha appena guardato.

È qui che l’intelligenza artificiale entra davvero nella storia di Nairobi, e non è un dettaglio marginale. I sistemi di moderazione automatica e i grandi modelli generativi non arrivano puliti dalla ricerca: diventano utilizzabili grazie a una fase di supervisione umana, in cui persone in carne e ossa etichettano materiale tossico perché il modello impari a filtrarlo. Un’inchiesta di TIME del 2023 ha documentato pagamenti compresi fra 1,32 e 2 dollari l’ora a microlavoratori keniani impiegati per etichettare contenuti tossici destinati a OpenAI. È il punto in cui la catena di fornitura dell’AI diventa visibile: non in un data center, ma in un ufficio di Nairobi.

Quattro anni di cause, zero sentenze di merito

Il 10 maggio 2022 Daniel Motaung, ex moderatore sudafricano, ha citato a Nairobi Meta e Samasource Kenya EPZ — Sama, il fornitore che gestiva la moderazione per Facebook in Africa orientale — per lavoro forzato, tratta di esseri umani, repressione sindacale e discriminazione salariale. Motaung ha dichiarato una paga di circa 2,20 dollari l’ora; l’inchiesta di TIME del febbraio 2022 che aveva aperto il caso, intitolata Inside Facebook’s African Sweatshop, parlava di retribuzioni fino a 1,50 dollari l’ora. Sama lo aveva licenziato nel 2019, dopo che aveva guidato oltre cento colleghi in un tentativo di sindacalizzazione; l’azienda sostiene che il licenziamento fosse dovuto a bullismo e coercizione.

Nel marzo 2023 è arrivato il secondo fronte: un gruppo di moderatori — 43 all’inizio, poi un numero che le fonti collocano fra 184 e 186 senza che esista un dato ufficiale univoco — ha citato Meta e Sama per licenziamento collettivo illegittimo, legato al passaggio del contratto di moderazione da Sama alla società lussemburghese Majorel. La corte ha sospeso in via cautelare i licenziamenti. Ad aprile 2023 l’Employment and Labour Relations Court, con il giudice Mathews Nduma Nderi, ha affermato la giurisdizione keniana e confermato l’ordine interinale. A giugno 2023 una corte ha ordinato a Meta di garantire ai moderatori «proper medical, psychiatric and psychological care». A ottobre 2023 la mediazione fra moderatori, Meta e i contractor si è interrotta senza accordo.

Il passaggio più pesante è del 20 settembre 2024: la Court of Appeal di Nairobi ha respinto l’eccezione di giurisdizione sollevata da Meta, e i due procedimenti sono andati a processo. Nell’aprile 2025 anche la causa da circa due miliardi di dollari sui contenuti d’odio legati al conflitto in Etiopia è stata dichiarata procedibile davanti ai giudici keniani. Poi, il 12 febbraio 2026, le pronunce attese nei due procedimenti sono state rinviate: ruling on notice, decisione differita a data da destinarsi.

Vale la pena dirlo in modo esplicito, perché è il punto che la narrazione corrente tende a saltare: nessuno ha vinto niente. Finora sono state decise questioni di giurisdizione e misure cautelari. Nessuna responsabilità è stata accertata. Meta ha sempre sostenuto di non essere mai stata il datore di lavoro dei moderatori; Sama ha definito le accuse inaccurate.

Il dato che manca, e manca per un motivo

L’angolazione più diffusa su questa vicenda — «dopo la causa, cosa è cambiato nei salari e nei contratti» — presuppone qualcosa che non esiste. Non c’è alcuna fonte verificabile che documenti un cambiamento misurabile delle retribuzioni o della struttura contrattuale nel settore keniano dell’annotazione dati attribuibile a quei procedimenti. TIME aveva scritto nel 2022 che i moderatori di Sama avrebbero ricevuto un aumento dopo la sua inchiesta, ma entità, platea e durata non risultano verificate — e comunque quell’aumento sarebbe precedente alla causa, non una sua conseguenza.

Un reportage da Nairobi del luglio 2025 ha raccontato il caso di Naftali Wambalo, data labeler che lavorava per Sama, con una paga di circa un dollaro e mezzo l’ora, e ha citato Sama e CloudFactory accanto all’incoraggiamento del governo keniano all’insediamento di aziende di outsourcing. Tre anni dopo l’inchiesta che ha aperto il caso, l’ordine di grandezza è lo stesso.

Attenzione, qui, a una trappola che circola: quel reportage è di una testata di Hong Kong e la cifra originale è espressa in dollari di Hong Kong. Dodici dollari di Hong Kong l’ora fanno circa un dollaro e mezzo americano. Chi ripubblica il numero senza convertirlo racconta una storia opposta a quella vera.

Cosa è cambiato davvero

Qualcosa si è mosso, ma su un asse diverso da quello retributivo. Due cose, per la precisione.

  • La giurisdizione. Prima del 2024 era tutt’altro che scontato che un lavoratore keniano potesse portare davanti a un giudice di Nairobi una multinazionale americana che non lo aveva mai assunto formalmente. La decisione della Court of Appeal del settembre 2024 ha reso quella domanda processabile. È un precedente che riguarda l’intera architettura dell’outsourcing: la separazione fra committente e fornitore smette di essere automaticamente uno scudo.
  • L’organizzazione. È nata l’African Content Moderators Union, fondata da circa 150 lavoratori africani del settore AI, con figure riconoscibili come Richard Mathenge, Kauna Malgwi e James Oyange. È la prima struttura panafricana che tiene insieme moderatori e annotatori come una stessa categoria professionale invece che come appendici di aziende diverse.

Nessuna delle due cose compare in busta paga. Entrambe cambiano il rapporto di forza con cui la busta paga, un giorno, si negozierà.

Perché il salario è l’indicatore sbagliato da guardare da solo

C’è una ragione strutturale per cui il contenzioso non si traduce in aumenti. Il lavoro di annotazione è progettato per essere mobile. Un contratto di moderazione può passare da un fornitore all’altro — ed è esattamente quello che è successo nel 2023, con il passaggio da Sama a Majorel, all’origine della seconda causa. Quando il committente non è il datore di lavoro, una vertenza vinta contro il fornitore A non vincola il fornitore B, e il fornitore B può stare in un altro paese. La pressione legale, se non si fissa sul committente, scivola via con il contratto.

Ecco perché la battaglia sulla giurisdizione è più importante di quanto sembri, e perché le aziende l’hanno combattuta con tanta ostinazione. Non riguardava Motaung o i 184 licenziati: riguardava se il luogo in cui si fa il lavoro sia anche il luogo in cui si risponde di come lo si fa.

Il Kenya come hub: una tendenza, non una politica

Nairobi viene descritta ormai abitualmente come epicentro africano dell’outsourcing per l’intelligenza artificiale: inglese diffuso, costo del lavoro basso, incoraggiamento governativo all’insediamento di aziende del settore. Ma attenzione a trasformare una tendenza in un piano industriale. Non risulta un atto normativo, un piano ufficiale o una cifra pubblica verificabile che formalizzi questa candidatura. Nemmeno una legge sui lavoratori digitali o sull’annotazione dati. C’è un mercato che si è formato, e c’è un contenzioso che gli è cresciuto accanto: non è la stessa cosa di una politica pubblica.

La cosa più utile che si può dire a chi segue questa vicenda da fuori è anche la meno spettacolare. Il dato che manca — quanto guadagna oggi, con quale contratto e per quante ore, un annotatore di Nairobi che lavora su dati destinati a un modello commerciale — non manca perché nessuno lo abbia cercato. Manca perché non esiste un registro pubblico di queste retribuzioni, e i numeri che circolano su siti di segnalazione anonima per Nairobi si basano su una manciata di segnalazioni fra loro incoerenti. Si chiude solo con fonti primarie: atti dell’Employment and Labour Relations Court, documentazione degli studi legali e delle organizzazioni che seguono i ricorrenti, buste paga mostrate dai lavoratori. Finché quel materiale non è pubblico, chiunque scriva che «dopo la causa i salari sono saliti» sta scrivendo un auspicio, non una notizia.