Il 5 dicembre 2024 la 14ª Turma del TRT-2 ha riconosciuto il vincolo di lavoro di tutti i rider iFood, con una condanna da 10 milioni di reais: la motivazione si regge su un punto economico preciso, i fattorini non negoziano né il prezzo né l’ordine delle consegne. Il diritto a sapere come l’algoritmo distribuisce il lavoro, invece, in Brasile non esiste ancora: vive in annunci di norme amministrative e in una causa allo STF che continua a slittare.
Il punto decisivo della sentenza che il 5 dicembre 2024 ha scosso il mercato brasiliano del delivery non è una tesi sulla trasparenza degli algoritmi. È una frase molto più asciutta: i rider non negoziano né il valore della consegna né l’ordine in cui le consegne vengono eseguite. Da lì la 14ª Turma del Tribunal Regional do Trabalho della 2ª Região — la corte del lavoro della Grande São Paulo — ha fatto discendere tutto il resto, accogliendo il ricorso del Ministério Público do Trabalho, riconoscendo il vincolo di impiego di tutti i fattorini che lavorano con iFood e condannando l’azienda a 10 milioni di reais di danno morale collettivo, con una multa giornaliera di 5.000 reais in caso di inadempienza. Relatore il desembargador Ricardo Nino Ballarini, processo 1000100-78.2019.5.02.0037. La decisione ribalta la sentenza di primo grado del 2020, con cui la 37ª Vara do Trabalho di São Paulo (giudice Shirley Aparecida de Souza Lobo Escobar) aveva respinto l’azione civile pubblica.
Dove sta l’intelligenza artificiale, in questa storia
Il sistema in questione è il motore di dispatch di una piattaforma di consegne: un insieme di modelli di apprendimento automatico e di regole di ottimizzazione che, in tempo reale, decide a quale fattorino offrire quale ordine. Lavora su dati di posizione GPS, densità storica e prevista della domanda per zona e per fascia oraria, tempi di preparazione stimati dei ristoranti, traffico, comportamento passato del singolo rider — quante offerte ha accettato, quanto è stato veloce, quanto spesso si è disconnesso. Produce due cose: un’assegnazione e un prezzo. Entrambe arrivano al fattorino già fatte, in una notifica che si accetta o si rifiuta in pochi secondi.
Sui criteri, iFood dichiara pubblicamente che la distribuzione tiene conto della prossimità alle aree ad alta domanda e del “buon uso dell’app”, sintetizzato in un punteggio interno (Score); da giugno 2026 l’azienda afferma di aver aggiunto un indicatore di sicurezza stradale, “Direção Segura”, tra i fattori che pesano sull’assegnazione. Sono dichiarazioni dell’operatore, non risultati di un audit. E qui sta la distanza fra quello che molti hanno raccontato della sentenza paulista e quello che la sentenza dice: il collegio non ha riconosciuto ai rider alcun diritto a conoscere i criteri dell’algoritmo. Ha usato l’opacità dell’assegnazione come indizio del contrario della trasparenza, cioè della subordinazione.
Il ragionamento economico, non quello informatico
Vale la pena insistere, perché cambia completamente il tipo di rischio che un’azienda deve mettere a bilancio. Un diritto alla trasparenza algoritmica produce obblighi informativi: pubblicare i parametri, motivare i blocchi, aprire un canale di contestazione. Costa, ma è un costo di compliance, prevedibile, preventivabile, spalmabile. Il riconoscimento del vincolo di impiego produce invece una passività retroattiva: contributi, ferie, tredicesime, ore straordinarie, assicurazione sugli infortuni, per una platea di persone che l’azienda non ha mai contabilizzato come dipendenti.
La corte paulista ha scelto la seconda strada, e l’ha scelta con un argomento che non parla di codice. Il mercato, dal punto di vista economico, esiste quando due parti contrattano un prezzo. Se una delle due riceve il prezzo già formato da un sistema che non vede e non può discutere, e riceve anche la sequenza del lavoro, quella parte non è un’impresa: è un fattore di produzione organizzato da qualcun altro. È un argomento vecchio quanto il diritto del lavoro, applicato a un’infrastruttura nuova. E per la difesa è molto più difficile da smontare di una contestazione sui dettagli tecnici del modello, perché non richiede di aprire la scatola nera: basta osservare cosa esce dalla scatola e chi lo subisce.
Perché il conto non è ancora arrivato
iFood ha annunciato ricorso, sostenendo che la decisione contrasta con altre pronunce dello stesso TRT-2 e genera “insicurezza giuridica” per l’intero settore delivery, e punta a portare il caso fino al Tribunal Superior do Trabalho e al Supremo Tribunal Federal. Non risulta che la condanna sia diventata esecutiva: nessuno ha pagato e nessuno ha assunto.
Il nodo vero è altrove, ed è fermo. Il 2 marzo 2024 lo STF ha riconosciuto all’unanimità la ripercussione generale al Tema 1291 (RE 1.446.336, ricorso di Uber, relatore Edson Fachin): è la sede in cui si deciderà se esiste o no un rapporto di lavoro fra piattaforme e lavoratori. Relazione e arringhe si sono svolte l’1 e il 2 ottobre 2025. Nel merito non è stato espresso alcun voto, e i rinvii si sono accumulati: nella seduta del 27 agosto 2026 il caso non è stato nemmeno chiamato. Insieme al Tema 1291 è calendarizzata la Reclamação 64.018 presentata da Rappi contro una decisione che riconosceva il vincolo con un rider, relatore Alexandre de Moraes. Il 30 settembre 2025 il Procuratore generale Paulo Gonet ha depositato un parere contrario al riconoscimento del vincolo.
Nel frattempo la giurisprudenza del TST non offre una bussola: la 6ª Turma ha riconosciuto il vincolo con Rappi nel 2022 (relatrice Kátia Magalhães Arruda), la 3ª Turma lo ha fatto con Uber sempre nel 2022, e il 23 dicembre 2024 una decisione monocratica della ministra Liana Chaib si è fondata esplicitamente sulla subordinazione all’algoritmo e sulla gamification. Altre Turme decidono in senso opposto. Lo STF, dal canto suo, ha precedenti citati in direzione contraria — ADC 48, ADPF 324, RE 958.252 — e nel dicembre 2023 ha interpellato il CNJ sulle decisioni del lavoro che disattendono i suoi precedenti.
Il costo dell’attesa è già un prezzo di mercato
Questa è la parte che interessa chi guarda i bilanci. Un contenzioso pendente da anni davanti alla corte costituzionale, con esiti opposti nelle istanze inferiori, non è un rischio a probabilità ignota: è un rischio che va accantonato, riportato agli investitori, scontato nelle valutazioni. Ogni rinvio dello STF non riduce il rischio, lo prolunga — e prolungarlo ha un costo di capitale che non compare in nessuna sentenza. Paradossalmente, in questo scenario una regolazione anche severa ma chiara varrebbe più di un’incertezza favorevole.
Una regolazione, però, non c’è. Il PLP 12/2024, inviato dall’Esecutivo al Congresso il 5 marzo 2024 in regime d’urgenza costituzionale (urgenza poi ritirata in aprile), riguarda gli autisti delle app di trasporto, non i fattorini; a maggio 2025 il Senato registrava assenza di consenso. Per i rider la discussione è rimasta separata e non si è chiusa. Sul fronte amministrativo, il 14 settembre 2026 il ministro Guilherme Boulos, della Secretaria-Geral da Presidência, ha annunciato una norma infralegale — decreto o portaria — sulla trasparenza degli algoritmi delle app di trasporto e consegna, con meccanismi di contestazione dei blocchi automatici. È un annuncio: non risulta pubblicazione. Separatamente, il governo ha chiesto chiarimenti a iFood sulla modalità “Mais Entregas” — remunerazione, orario, autonomia, distribuzione delle consegne — e l’azienda ha risposto che l’adesione è volontaria e che nessun fattorino percepisce meno del salario minimo orario.
Cosa resta sul tavolo
Chi segue il dossier dall’Europa tende a leggere il Brasile come un paese che arriverà dove sono arrivati altri, con una qualche forma di obbligo di spiegazione sui sistemi automatizzati. Il percorso brasiliano, finora, è esattamente l’inverso: la leva giudiziaria che ha morso davvero non chiede all’algoritmo di spiegarsi, gli contesta di esistere nella forma in cui opera. E la richiesta di trasparenza — quella che renderebbe discutibili uno Score, un blocco automatico, un punteggio di guida sicura — viaggia su un binario amministrativo molto più debole, fatto di annunci e di richieste di chiarimenti.
C’è un’asimmetria che vale la pena notare. Se lo STF dovesse negare il vincolo, le piattaforme resterebbero senza obblighi di trasparenza, perché quelli non sono mai stati accertati da nessun giudice. Se lo riconoscesse, la trasparenza diventerebbe quasi irrilevante: a un datore di lavoro non si chiede di motivare come distribuisce i turni, gli si chiede di pagarli. In entrambi gli scenari, il diritto a sapere come l’algoritmo decide — quello che nel dibattito pubblico brasiliano sembra il cuore della questione — rischia di essere l’unica cosa che nessuno ottiene.