A Cerrillos e a Canelones l’acqua ha cambiato il progetto, non il mercato

Aerial view of a large data center building with cooling systems in a dry arid landscape, South America

In Cile un tribunale ambientale ha annullato in parte il permesso del data center di Google a Cerrillos; in Uruguay la protesta durante la siccità del 2023 ha portato a un edificio invece di due e al raffreddamento ad aria. Nel frattempo l’America Latina è la regione che nel primo trimestre 2026 ha aggiunto più capacità al mondo, +41,3% annuo. La conclusione non è che i data center si fermano: è che l’acqua è diventata una voce di costo negoziabile, e quasi nessuno sa quanto costi davvero.

Nel febbraio 2024 il Secondo Tribunale Ambientale cileno ha annullato parzialmente l’approvazione di un data center da 200 milioni di dollari che Google voleva costruire a Cerrillos, nella periferia di Santiago. Non lo ha vietato: ha ordinato di rifare i conti, e in particolare di valutare che cosa succede all’acquifero di Santiago in uno scenario di cambiamento climatico. Il consumo d’acqua contestato, secondo quanto dichiarato dal ministro del tribunale Cristián Delpiano, era di 169 litri al secondo. A settembre dello stesso anno l’azienda ha sospeso il progetto per ripensarne l’uso dell’acqua.

Quei 169 litri al secondo non servono a far girare un modello di intelligenza artificiale: servono a raffreddarlo. È il punto che quasi tutte le discussioni saltano. Un data center destinato all’addestramento e all’inferenza di modelli di apprendimento automatico — sistemi che processano enormi quantità di testo, immagini e codice per produrre previsioni, risposte, traduzioni — è prima di tutto una macchina termica. Le GPU convertono elettricità in calcolo e, quasi integralmente, in calore. Quel calore va portato via. Si può fare con l’acqua, che è efficiente e relativamente economica ma evapora, oppure con l’aria, che non consuma acqua sul posto ma richiede più elettricità e quindi, a monte, più acqua nelle centrali e più emissioni. La scelta tra i due sistemi è una decisione ingegneristica che diventa immediatamente una decisione politica nel momento in cui la si prende in una zona in siccità.

Uruguay: il detonatore non è stato la falda

In Uruguay la storia è diversa da come viene spesso raccontata. Google aveva acquistato 30 ettari nel Parque de las Ciencias, nel dipartimento di Canelones, nel maggio 2021. Il progetto originario prevedeva fino a 7,6 milioni di litri al giorno — cifra che circola come stima di ricercatori e critici sull’impianto completo — mentre in sede giudiziaria l’azienda dichiarò un picco di 3,8 milioni di litri al giorno per la prima tappa. Le due cifre non si contraddicono necessariamente: misurano cose diverse, ed è esattamente questo il problema.

L’acqua in questione non veniva da una falda privata: era acqua potabile della rete pubblica, quella gestita dall’azienda statale OSE. È un dettaglio che cambia tutto il senso economico della vicenda. Significa che il data center sarebbe stato, a tutti gli effetti, un utente della stessa infrastruttura che serve le case di Montevideo e dell’area metropolitana.

Nel 2023 l’Uruguay ha attraversato la peggiore siccità in 74 anni. A giugno Montevideo ha dichiarato l’emergenza idrica e OSE ha immesso in rete acqua salmastra prelevata dal Río de la Plata: dai rubinetti usciva acqua che sapeva di sale. Il 31 maggio, centinaia di persone avevano già marciato a Montevideo su convocazione del sindacato PIT-CNT, con lo slogan «En defensa del agua». Poco prima, il sociologo Daniel Pena dell’Universidad de la República aveva ottenuto da un tribunale che il Ministerio de Ambiente rendesse pubblici i dati idrici del progetto: fino a quel momento non erano accessibili.

La siccità non l’ha causata il data center. Ma il data center è diventato il luogo in cui una società in emergenza ha potuto fare una domanda precisa: quanta acqua, a chi, a quali condizioni. Nel novembre 2023 Google ha ridisegnato il progetto — un edificio invece di due, circa un terzo della capacità prevista, raffreddamento ad aria. L’autorizzazione del Ministerio de Ambiente è arrivata a giugno 2024, e ad agosto l’annuncio di un investimento da 850 milioni di dollari. A cantieri avviati, i vicini hanno comunque chiesto l’annullamento del permesso, lamentando mancata consultazione e rumore.

Il mercato non si è fermato affatto

Chi legge queste vicende come l’inizio di una frenata regionale sbaglia lettura. Secondo CBRE, nel primo trimestre 2026 l’America Latina è stata la regione che ha aggiunto più capacità al mondo, con una crescita del 41,3% su base annua: San Paolo a 536,7 MW, Querétaro a 298,2, Santiago del Cile a 165,8, Bogotá a 44,3. JLL stima che l’inventario regionale sia passato da 384 MW nel 2019 a 1.105 MW nel 2025, con il Brasile a quasi metà del totale.

E l’Uruguay, il paese della marcia per l’acqua, ha annunciato il 14 ottobre 2026 l’investimento più grande della sua storia recente: la spagnola Solaria metterà 5.700 milioni di dollari, di cui 5.500 in data center e 200 in generazione elettrica. Prima fase: 200 MW di data center e 300 MW di solare, completamento previsto tra il 2029 e il 2030, oltre 3.000 occupati in fase di cantiere, regime di zona franca con benefici fiscali. Per dare la scala: l’economia uruguaiana è cresciuta dell’1,8% nel 2025, con una previsione ufficiale dell’1,6% per il 2026. Anche la statale Antel, che già gestisce un data center a Pando, investirà 70 milioni di dollari in un nuovo impianto per l’intelligenza artificiale, con lavori dal primo trimestre 2027.

Quello che non sappiamo è la parte economica

Qui arriva il punto scomodo. Dell’investimento Solaria conosciamo il numero più grande e quello più effimero: i miliardi annunciati e i 3.000 posti di cantiere. Non ci sono dati pubblici su quanti saranno gli occupati permanenti, su quale sistema di raffreddamento verrà adottato, su quanta acqua consumerà l’impianto. Lo stesso vale, nelle fonti disponibili, per il gettito fiscale atteso e per le tariffe idriche ed elettriche che le aziende pagheranno effettivamente.

È un’asimmetria informativa con conseguenze economiche concrete. Un investimento in data center si valuta su tre variabili: capitale immobilizzato, occupazione generata, risorse consumate. La prima viene comunicata con enfasi, la seconda in forma transitoria, la terza spesso non viene comunicata affatto. Senza la terza, un paese non può sapere se sta vendendo elettricità e acqua a un prezzo che copre il costo-opportunità di quelle risorse. In Uruguay ci sono voluti un ricercatore universitario e una causa per ottenere i dati di un singolo progetto.

In Cile, intanto, la partita di Cerrillos non è chiusa. Nel settembre 2026 le organizzazioni OLCA e MOSACAT hanno depositato osservazioni al Servicio de Evaluación Ambiental contro il tentativo di presentare come «nuovo» — attraverso la controllata Inversiones y Servicios Dataluna Ltda. — un progetto da 200 milioni di dollari sullo stesso terreno, senza una nuova valutazione ambientale. MOSACAT sostiene che l’azienda avesse acquisito diritti di estrazione da acque sotterranee fino a 228 litri al secondo, una grandezza diversa dai 169 l/s di consumo stimato citati dal tribunale: diritti di prelievo e consumo effettivo non sono la stessa cosa, e la confusione tra i due numeri è parte del conflitto.

Nel frattempo i data center già operativi continuano a funzionare: quello di Google a Quilicura, sempre nell’area di Santiago, ha usato circa 461 milioni di litri d’acqua nel 2024 secondo il rapporto ambientale dell’azienda. E dal 2011 il sistema cileno di valutazione ambientale ha approvato 23 progetti di data center.

Il prezzo che nessuno ha ancora scritto

La lezione economica di Cerrillos e di Canelones non è che l’opposizione locale ferma i data center. È che l’acqua, per la prima volta, è entrata nel progetto come variabile negoziabile prima della firma, e non come esternalità da gestire dopo. Un edificio invece di due, un terzo della capacità, un sistema di raffreddamento diverso: sono modifiche di progetto che hanno un costo e che qualcuno ha pagato.

Ma quel costo è stato imposto per via giudiziaria e per via di piazza, non per via di prezzo. Non risulta, nelle fonti disponibili, che Cile o Uruguay abbiano introdotto una moratoria, una legge specifica sui data center o tariffe idriche dedicate. Finché l’acqua per raffreddare i server costa quanto l’acqua per qualsiasi altro uso industriale, l’unico modo che una comunità ha per far pesare la propria scarsità è il tribunale. È un meccanismo lento, costoso e che funziona solo dove esiste un accesso ragionevole ai dati e alla giustizia ambientale. In America Latina ha funzionato due volte su decine di progetti. Il prossimo investimento da 5.700 milioni di dollari arriverà prima che qualcuno abbia scritto il prezzo giusto.